Arno Stern e la sua grande intuizione

Arno Stern, classe 1924. Ha vissuto durante la seconda guerra mondiale, ha incontrato e lavorato con migliaia di bambini dalla fine delle guerra ad oggi. Ha visto ciò che è successo nel mondo, nella storia, nei bambini, negli adulti, nell’educazione, nella scuola per quasi un secolo. Ha 95 anni, è vivo e con una mente in continua attività, consapevole, osservatore attento e in ascolto dei bambini come pochi altri in questo momento storico, a mio parere. Ha avuto un’intuizione straordinaria, confermata oggi dagli studi di neuroscienze sulla memoria cellulare: l’essere umano ha bisogno di “tracciare” (più impropriamente detto “disegnare”) per manifestare la memoria dello sviluppo del suo organismo e, se libero da condizionamenti, lascia sul foglio dei tracciati, universali, uguali in tutte le persone del mondo. Tracciare lo fa stare in equilibrio, perché lo fa rimanere in contatto con la sua parte più profonda, universale e autentica, lontana da ciò che gli altri pensano, giudicano o vedono in lui. Ha 700.000 disegni che lo dimostrano. Ha messo a punto in 70 anni di esperienza, uno spazio, il Closlieu, e un gioco, il Gioco del dipingere, dove tutto è finalizzato a favorire l’atto del tracciare.

Un “metodo” da aggiornare?

A volte mi dicono: “i bambini oggi fanno fatica a partecipare al Gioco del dipingere con costanza e continuità perché si annoiano, perché non gli piace,… probabilmente è perché il Gioco del dipingere risale a 70 anni fa e non è più adatto ai bambini moderni. Arno Stern dovrebbe modernizzare il suo “metodo”, trovare altri modi per farlo, adeguarsi ai tempi, permettere la prova, la partecipazione solo se e quando si ha la voglia di dipingere, non imporre la continuità annuale, andare incontro alle esigenze dei bambini,…”.

Forse bisognerebbe domandarsi perché i bambini fanno così fatica nel Closlieu, cosa significa che il Gioco del dipingere dovrebbe adeguarsi ai tempi e se davvero Arno Stern dovrebbe modernizzarsi.

Sento spesso genitori, insegnanti o esperti mettere Stern sullo stesso piano di altri pedagogisti, da Maria Montessori a Rudolf Steiner, attivi nella prima metà del ‘900, che hanno portato un contributo straordinario alla storia dell’educazione. Si considera appunto che essendo vissuti nel secolo scorso sia necessario attualizzare i loro “metodi”, per adattarli ai bambini di oggi e ai loro bisogni.

Riflessione che condivido.

Ma ci sono due differenze fondamentali tra Arno Stern e queste figure del ‘900 che sono ancor oggi un grande riferimento in campo educativo:

  • Stern non ha mai messo a punto un “metodo” perché un metodo va applicato a tutti indistintamente e nel Gioco del dipingere non si applica nulla a nessuno (l’unica cosa che è uguale per tutti sono le regole del Gioco del dipingere);
  • Stern non è vissuto solo nel secolo scorso: è ancora vivo, attivo, incontra decine di bambini ogni anno e vede che sono cambiati rispetto a quelli di trent’anni fa; proprio qui, a mio parere, sta la sua forza.

Non è facile conoscere a fondo il Closlieu e il Gioco del dipingere, ma se si ha l’opportunità di farlo incontrando Arno Stern, vedendo i disegni che ha raccolto, l’esperienza che racconta e soprattutto facendo esperienza del Gioco del dipingere come serventi, si può intuire la vera profondità di tutto questo.

La natura dei bambini e il loro disagio oggi

Stern ha visto i bambini cambiare e sta lanciando un allarme: ascoltate i bambini, molti di loro stanno male perché non rispettiamo la loro natura. Molti bambini oggi già a 4 o 5 anni hanno paura di sbagliare, son convinti di non essere capaci, sono dipendenti dall’approvazione dell’adulto (ndr: del resto da adulti sono dipendenti dai “mi piace” dei social network… come mi suggeriva Francesca, un’insegnante durante un seminario che tenevo), sono quasi sempre incerti e insicuri delle loro azioni e delle loro scelte, hanno perso la loro spontaneità, il loro istinto, la loro creatività, la loro capacità di giocare, si annoiano e non sanno cosa fare già da piccolissimi. Come dice Stern “tutto è stato rotto in loro”.

Mi rattristo profondamente quando un bambino di 4 o 5 anni le prime volte viene in atelier e di fronte al foglio bianco mi chiede “cosa devo fare?” o addirittura non vuole prendere un pennello in mano; io non gli do nulla da fare perché so che solo quel foglio vuoto può mettere in moto qualcosa di importante. Poi finalmente fa qualcosa fa e mi chiede “sono stato bravo?” oppure mi dice piangendo disperato: “ho sbagliato tutto, fallo tu, io non sono capace”.
Ma secondo voi questo è un bambino autentico in contatto con se stesso? O è un bambino totalmente disturbato da un mondo adulto che dubita di lui, che fa al suo posto, che gli riempie ogni minuto di “lavoretti” e playstation?

Domandiamoci perché a quel bambino non piace il Gioco del dipingere, non vuole venire o si annoia.
Verrebbe da rispondere banalmente: “perché è un bambino moderno e ha altri interessi, non gli piace”.
Ecco, secondo me questa è una risposta molto comoda che risolve il problema all’adulto, ma non ascolta il bambino.

I bambini sono sempre gli stessi, la loro natura è sempre la stessa di 50 o 100 anni fa:
hanno bisogno di giocare perché Madre Natura ha previsto che così imparino tutto ciò che gli serve per sopravvivere;
hanno bisogno di “tracciare” per il puro piacere di farlo, senza obiettivi, senza produrre un’opera;
sono sicuri di loro stessi perché quando giocano spontaneamente fanno ciò che sono in grado di fare;
sanno che sbagliare non è un problema ma una risorsa e se una cosa non riesce al primo colpo la ripetono all’infinito finché non riescono, senza scoraggiarsi;
hanno una fiducia incondizionata nelle loro capacità;
– non dipendono dal giudizio degli adulti perché non dubitano di se stessi;
sanno di cos’hanno bisogno perché sono in contatto con la loro saggezza interiore e sanno ascoltarsi.

Quello che è cambiato non sono i bambini, è ciò che sta attorno a loro; siamo noi che giorno per giorno stiamo sabotando quello che la Natura ha previsto nel loro sviluppo naturale e quindi il bambino, già da molto piccolo, è confuso: fa fatica a giocare da solo, è insicuro, ha paura di sbagliare, dubita delle sue capacità, dipende dall’approvazione dell’adulto, e non sa più ascoltarsi.

E non gli piace partecipare al Gioco del dipingere perché non sa più attingere a se stesso. Ecco cosa l’adulto, che si ferma al “non gli piace”, sta sottovalutando.

Il Gioco del dipingere una risorsa ancor più preziosa di trent’anni fa

Se un bambino non vuol partecipare al Gioco del dipingere è perché la società ha creato un corto circuito mettendo un ostacolo tra lui e il suo Essere e finché questo non viene rimosso, il bambino non può avere il piacere di dipingere, e quindi di giocare, e quindi di apprendere.

Arno Stern vede con molta chiarezza questo ostacolo tra il bambino e il suo Essere, perché ha visto i bambini fino a trent’anni fa e ha visto quelli ancora più puri e autentici che ha incontrato durante i suoi viaggi tra le popolazioni “risparmiate” (dai condizionamenti) negli anni ’60, nei posti più sperduti del mondo: “nessun di loro ha mai detto non sono capace o si è messo a piangere di fronte al foglio bianco“.

Quando ha aperto il suo primo atelier del Gioco del dipingere aveva pensato ad un posto dove le persone potessero andare a dipingere semplicemente per star bene. Infatti bambini e adulti andavano in atelier a centinaia, felici, ogni settimana, con entusiasmo, con gioia, senza disagi e paure perché erano liberi di giocare con spontaneità, erano liberi di essere se stessi.

Nel tempo i bambini hanno iniziato a manifestare il loro disagio perché non più capaci di spontaneità e si è reso necessario salvaguardarli. Quello che prima era solo uno spazio di gioco dove star bene e andare ogni settimana con entusiasmo, è diventato uno spazio dove molti bambini più grandi sono e più devono riconquistare quell’entusiasmo e quel benessere.
Il servente del Gioco del dipingere, oggi, non può limitarsi a servire il gioco, ma deve proteggere il bambino da tutto ciò che lo può disturbare e sostenerlo con grande fiducia:
– deve continuamente interrompere tutte le dinamiche di competizione, di giudizio, di commento a cui i bambini sono ormai abituati e che si portano nel Closlieu;
– deve lavorare tantissimo sulla fiducia nel bambino che ha paura di sbagliare e dubita di se stesso, fino al punto di piangere;
– deve portare una pazienza infinita di fronte alla noia, alla frenesia, alla continua agitazione del corpo e della voce di chi non sa più giocare;
– deve rimanere costantemente in ascolto dei bisogni profondi di ognuno;
– deve inventare continue strategie per fare sentire il bambino al sicuro;
– deve conservare i disegni dei bambini affinché nessuno si permetta di esprimere alcun giudizio (né tanto meno una lode, che sposterebbe l’attenzione del bambino dal piacere del fare al risultato di un prodotto).

Il servente deve soprattutto lavorare su se stesso per non farsi destabilizzare dal bambino “disturbato” che ha di fronte, ma deve guardare oltre, certo che prima o poi il bambino autentico che c’è in lui emergerà con tutta la forza e l’entusiasmo possibili. Ed emergerà, perché un servente che fa questo lavoro da tanti anni lo ha visto accadere molte e molte volte.

La modernità di Stern

Qui, secondo me, sta la grandezza di Stern: aver fatto evolvere le modalità del Gioco del dipingere non per adeguarsi al sistema o alle apparenti esigenze dei bambini, ma per salvaguardare la loro autenticità.

Solo la non prova, la continuità di almeno un anno e la costanza settimanale possono regalare ad un bambino l’opportunità di liberarsi da tutto ciò che lo ostacola.
Se si permette al bambino di fare una prova (un solo incontro) e arriva con la paura di dipingere perché qualcuno gli ha detto che non sa farlo, non dipingerà e fuggirà – “non mi piace”.
Se gli si permette di venire quattro volte e lui si annoia perché ha perso la spontaneità di giocare, fuggirà – “non ho voglia di andare al Gioco del dipingere”.
Se gli si permette di finire di dipingere dopo tre segni sul foglio perché ha paura di sbagliare, non sa cosa disegnare o dubita di se stesso, fuggirà – “mi annoio, ho finito, vado a casa”.

Il bambino fugge, ma non dal Gioco del dipingere, fugge da tutto quello che non è più naturale in lui e che si porta inevitabilmente in atelier, ma che in atelier non c’è. Fugge da tutto quello che giorno per giorno il sistema del consumismo, della produzione, della competizione, del giudizio continuo, della sfiducia, della prestazione, delle aspettative continue, hanno seminato in lui.

Nel Closlieu è come se qualcuno gli dicesse: “fermati, lascia tutto questo fuori dalla porta, guarda dentro di te: lì troverai la forza interiore, l’autonomia di pensiero, la creatività, troverai te stesso e imparerai a lasciar fluire la tua preziosa sorgente che ha bisogno di sgorgare. Io credo in te.” Ma ci vuole tempo per tutto questo.

Ascoltare i bambini non significa sempre fare ciò che loro credono di desiderare. Perché i bambini possono sapere cosa vogliono solo se sono in contatto profondo con se stessi, ma se noi li abbiamo confusi, non possono farlo. Dietro ad un “non mi piace il Gioco del dipingere”, “non voglio andare”, “mi annoio”,… non c’è il Gioco del dipingere, c’è tutto quello che ha condizionato i bambini fino a quel momento.

E chi non riesce a vedere questo e si ferma ad una lettura superficiale, risolve tutto dicendo: “bisogna rispettare la volontà del bambino, se non vuole andare a dipingere non posso imporglielo”. E così facendo, delega al bambino ogni responsabilità. Per me rispettare un bambino significa rispettare i suoi bisogni profondi, saper vedere cosa c’è davvero dentro al bambino e dietro alla sua richiesta e prendersi la responsabilità di scegliere per lui. Spesso i suoi bisogni e le sue richieste non corrispondono.

Io non credo che Arno Stern abbia la verità in mano, ma ha osservato migliaia di bambini attraverso quasi un secolo in molte parti del mondo e credo che abbia una visione molto più ampia della maggior parte di noi. Forse bisognerebbe fare appello un po’ più spesso alla famosa saggezza degli anziani che, attraverso quasi un secolo di storia, hanno visto il passato, vedono il presente e sanno guardare al futuro.

di Maria Pia Sala

[ndr: consiglio, oltre ai libri di Stern, anche la la lettura del libro “Il concetto del Continuum” di Jean Liedloof, che ha passato molto tempo con gli indios venezuelani a metà del secolo scorso, e riflette sulla natura del bambino].

 

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