I miei primi passi nell’atelier di pittura: che strano posto!

Perché il Gioco del dipingere non prevede incontri di prova o non ha senso che venga fatto per un ridotto pacchetto di incontri?

Ad ognuno deve essere regalato il tempo necessario per sentirsi a suo agio e dedicarsi alla pittura con gioia. La costanza e la continuità sono ingredienti preziosi, ognuno ha tempi diversi e, con grande fiducia e senza aspettative, è necessario rispettarli. Può esserci il bambino molto piccolo o particolarmente diffidente rispetto alle novità, può esserci quello che è convinto di non saper disegnare e ha paura di prendere un pennello in mano, o quello che è talmente abituato ad avere un tema che di fronte al foglio bianco si blocca, quello che ha paura del giudizio o che si aspetta la lode e ci sono molte altre situazioni per cui un bambino la prima volta che entra in un Closlieu non vuol dipingere o addirittura entrare! E lo stesso vale per un adulto che è 30 anni che non dipinge e l’ultima volta che l’ha fatto era a scuola e l’insegnante gli ha detto che era negato. Di fronte ad una difficoltà la fuga è la soluzione più semplice!

Ma il Closlieu nasce proprio per dare a d ognuna di queste persone l’opportunità di liberarsi da tutti questi condizionamenti e di ritrovare la gioia di gesti spontanei: solo il tempo, la costanza e la continuità possono regalargli questa possibilità. Con una sola prova o pochi incontri, la fuga risulta la strategia più semplice e quella persona continuerà a portarsi dietro le sue paure. Se volete iscrivere un bambino nel Closlieu, siate consapevoli che la prova non va mai fatta e deve essere prevista un’iscrizione annuale (anno scolastico) e non di pochi incontri (scopri a questo link i criteri del Closlieu pubblicati da Arno Stern per una scelta attenta).

Ve lo racconto con gli occhi di un bambino.

E’ lunedì e la mamma mi aveva anticipato che saremmo andati in un atelier di pittura dove si gioca al Gioco del dipingere, ma io nei posti nuovi non sono molto a mio agio. Un po’ perplesso arrivo accompagnato da lei in una saletta con alcune poltroncine, tante pantofole ti dimensioni diverse tutte in fila e alcuni grembiulini appesi.

Non mi sento molto tranquillo; mi viene incontro una ragazza con tanti capelli rossi ricci e mi sorride. Si inginocchia all’altezza dei miei occhi, mi chiama per nome e mi dice “benvenuto! Io sono Maria Pia”. Vuoi entrare con la tua mamma a vedere questo spazio tutto colorato? Entro nell’atelier, la mia mamma mi tiene per mano, Maria Pia fa silenzio, si inginocchia vicino a me e mi sorride, ma non parla, non mi spiega nulla. E’ una stanza con le pareti tutte colorate, senza nemmeno una finestra; i miei occhi vengono attratti da una meravigliosa tavolozza con tanti colori ma la paura mi blocca e tento la fuga verso l’esterno. Incappo in altri bambini che in quel momento stanno entrando: alcuni sono piccoli alcuni molto grandi, forse sono addirittura adulti. Aiuto! Devo fuggire ancora più lontano. Ma Maria Pia con molta serenità mi dice “io sono qui con gli altri bambini e lascio la porta un po’ aperta, tu stai pure lì fuori seduto sulle poltroncine con la mamma e quando hai voglia, entra a vedere cosa facciamo”.

Non se ne parla neanche! Mi viene addirittura da piangere, figurati se entro. Dopo un pochino Maria Pia esce dall’atelier e mi dice sorridendo “puoi andare a casa con la tua mamma, ti aspetto la settimana prossima”. Finalmente potevo fuggire.

La settimana successiva, la mia mamma, d’accordo con Maria Pia che le aveva chiesto costanza e continuità, mi accompagna nuovamente all’atelier, e nonostante il mio deciso disappunto mi dice: “Maria Pia ci aspetta, non possiamo non andare!”.

Quindi, scoraggiato e rassegnato, mi avvio. Torniamo in quel posto che forse non è poi così terribile, mi accorgo che ci sono tante foto appese di bambini che dipingono e rivedo quelle ciabattine tutte in fila che sono proprio buffe. Ritrovo Maria Pia che mi sorride, si inginocchia, mi guarda negli occhi e mi dice nuovamente “stai pure qui tranquillo con la tua mamma, io sono dentro all’atelier con gli altri bambini, se vuoi vedere cosa combiniamo lascio la porta un po’ aperta”. Non ho alcuna intenzione di entrare, io voglio solo tornare a casa. Sto in braccio alla mia mamma che con grande pazienza non insiste perché io entri, ma mi lascia i miei tempi. Dopo un po’ inizio a sentire alcune voci che provengono dall’atelier, molto squillanti “puntina puntina puntina…” e poi “goccia, goccia, goccia… presto goccia!” poi sento qualche risata e qualcuno che chiacchiera. Che avranno mai da ridere, penso tra me e me, e allora incuriosito mi affaccio dalla fessura della porta un po’ aperta e vedo un gruppo di bambini grandi e piccoli (qualcuno mi sembra adulto) che dipingono su fogli bianchi appesi alle pareti; ogni tanto vanno verso la tavolozza dei colori con il pennello, mi sembra che prendano del colore, e poi tornano al loro foglio. Maria Pia appende i fogli con le puntine, raccoglie le gocce di colore che scendono sul foglio, ogni tanto passa davanti alla porta e mi sorride e poi aiuta qualcuno a intingere il pennello nel colore. Che strano posto!

Dopo un po’ di tempo mi viene incontro e mi chiede se voglio guardare una cosa speciale che sta per fare, un po’ perplesso varco la porta, faccio due passi in avanti e vedo che lei sta mescolando in una ciotolina alcuni colori: meraviglia, sembra quasi una magia. Rimango incantato ad osservare, poi torno in me, mi accorgo che sono dentro all’atelier da solo senza la mia mamma e in un lampo schizzo via e torno da lei. Dopo un pochino Maria Pia esce dall’atelier e mi dice “per oggi va bene così, ti aspetto la settimana prossima”.

Questa volta però non ero così dispiaciuto all’idea di tornare un’altra volta. La settimana successiva la mamma mi riaccompagna all’atelier senza dover troppo insistere. Maria Pia mi viene incontro, si inginocchia, mi sorride, mi propone di mettere un grembiulino e mi dice ancora una volta: “stai pure qui con la tua mamma e se vuoi venire a guardare ancora i colori entra pure”. Io esito un pochino ma ho voglia di andare a vedere cosa combinano! Varco la soglia dell’atelier e rimango fermo ad osservare gli altri che dipingono, vanno verso la tavolozza, prendono un po’ di colore con il pennello e tornano a dipingere. Maria Pia ogni tanto mi guarda, mi sorride e continua il suo lavoro, ma non mi chiede se voglio dipingere, mi lascia tranquillo, sembra quasi che non abbia aspettative su ciò che farò.

La porta è un po’ aperta, la mia mamma è lì fuori che mi aspetta, mi sembra che tutto sia sotto controllo… quasi quasi prendo un foglio anch’io; mi metto vicino ad una bambina grande che mi sorride, Maria Pia appende il foglio con due puntine e me ne porge altre due. Vado verso la tavolozza, prendo in mano un pennello e lei con delicatezza prende la mia mano e la guida a prendere una goccia d’acqua e una di colore, lascia andare le mia mano e mi indirizza verso il mio foglio. Dipingo, torno verso la tavolozza a prendere un po’ d’acqua e colore, ritorno al mio foglio, dipingo, saltello, e torno verso la tavolozza.

Maria Pia mi aiuta ad utilizzare i pennelli, mi porge uno sgabellino se devo dipingere in alto, ma non mi dice niente del mio disegno, non mi propone di dipingere qualcosa, non mi dice che sono stato bravo, non mi dice che ho sbagliato. Nessuno mi chiede niente del mio disegno… è proprio uno strano posto! Ma in quel momento torno in me, mi ricordo che la mamma fuori mi aspetta ed esco sorridendo ad abbracciarla. Maria Pia mi saluta e mi dice “buona giornata, ti aspetto la settimana prossima!” e io le rispondo con un timido ma convinto sorriso: “a lunedì”.

Maria Pia Sala

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