Per educare i bambini bisogna prima educare (educére= trarre fuori, lasciar uscire) se stessi e lavorare su altri piani, non basta quello razionale. Bisogna lavorare anche sull’inconscio, prendere in considerazione l’istinto e la memoria cellulare.

Noi siamo stati bambini e ciò che abbiamo vissuto nei primi anni di vita fin dal concepimento, se non addirittura prima, determina gran parte delle nostre azioni e reazioni emotive e a volte anche fisiche.

I bambini fin da piccoli (e noi siamo stati tutti bambini) formano se stessi sulla base delle esperienze che vivono. E gli adulti spesso, per inconsapevolezza o non conoscenza, inducono reazioni e azioni, nei bambini, che non corrispondono al bambino autentico e naturale che c’è in loro. Per esempio, attribuiscono continuamente etichette o non le esplicitano ma trattano il bambino come da etichetta: “bravo”, “non bravo”, “iperattivo”, “maleducato”, “ingestibile”, “genio”, “sopra la norma”, “dislessico”, “tranquillo”, “incapace”, “imbranato”, “ingestibile”, “selvaggio”… etc…. I bambini crescono con queste etichette, si adeguano, si calano totalmente nella parte che abbiamo attribuito loro, ma stanno male perché non possono vivere se stessi e diventano ancora più ingestibili.

Ogni piccola persona può vivere profondamente se stessa solo se l’adulto che ha di fronte sa accogliere il bambin@ autentico e naturale che c’è in lui.
Per educare bisogna saper guardare oltre al bambino o alla bambina che abbiamo di fronte.
Ho lavorato per vent’anni nelle scuole come consulente per progetti educativi dal nido alla primaria. Ho incontrato molti bambini e molti insegnanti. Da dieci anni sono un servente del Gioco del dipingere secondo Arno Stern e, nel mio atelier, mi relaziono con molte persone dai due anni in su, in un contesto molto particolare: il Closlieu. Un luogo unico, dove l’essere umano ha la possibilità di vivere profondamente se stesso.

Ma come fa se di fronte a lui c’è un adulto che non riesce a guardare oltre ad etichette e comportamenti?

Mi ci sono voluti anni per capire questo. In moltissime occasioni non sono stata in grado di gestire i bambini “difficili”.
Solo da qualche anno ho capito che i bambini non sono “difficili”: ero io che non ero in grado di relazionarmi con loro.

I bambini che mi “sfidavano”, che “non rispettavano le regole”, che “facevano il contrario di ciò che chiedevo” tiravano fuori una parte di me che non riuscivo a gestire,  dovevo invitarli ad uscire dalla stanza e ad andare a casa, a volte con toni bruschi. Se da un lato questo mi faceva star male perché non ero riuscita a gestire la situazione, dall’altro davo la responsabilità di questo ai bambini o ai genitori che non sapevano educarli.

Ad un certo punto ho capito che il problema ero soprattutto io: non ero in grado di reggere persone che non mi ascoltavano, persone che, per quanto piccole, erano dei muri di gomma alle mie parole e reazioni. E più loro non mi ascoltavano e più io cercavo di farmi ascoltare, ubbidire di fatto. Ma niente, non serviva. Per gestire quel tipo di situazioni dovevo guardare dentro me stessa, non c’era altra strada.
Mi sono addirittura presa un anno sabbatico dal Gioco del dipingere, ed è stato prezioso.

Colgo questa occasione per chiedere scusa a tutti quei bambini con cui non sono riuscita relazionarmi al meglio, perché non li ho ascoltati profondamente, ma ho messo davanti la mia priorità: essere ascoltata.

Ho lavorato molto su me stessa, le cose sono cambiate radicalmente. Il modo con cui reagisco è totalmente diverso perché ho raggiunto una consapevolezza importante che mi fa provare amore per quel bambino: se un bambino o una bambina hanno bisogno di attirare l’attenzione, di fare il contrario di ciò che diciamo loro, di essere aggressivi, di sfidarci, … non sono bambini o bambine maleducati, sono bambini “feriti”. Durante il mio percorso di consapevolezza, questa definizione “bambino/a ferito” di Emily Mignanelli mi ha proprio aiutato, è perfetta e la ringrazio molto.

Quando non riuscite a gestire un bambino vi invito prima di tutto a farvi una domanda: “perché non riesco a reagire in modo adeguato? Cosa sta scattando dentro di me?”. Osservate prima voi stessi e la vostra reazione, poi il bambino.

Vi invito a cambiare pensiero e sguardo e guardare quel bambino pensando: “non è un bambino maleducato, è un bambino ferito”. Tutto cambierà, ve lo garantisco.

Quello che avete di fronte non è un bambino “difficile”, quello è un bambino che reagisce al comportamento, alle aspettative e alle etichette degli adulti.
Noi educatori, a qualsiasi livello, abbiamo il dovere di mettere quel bambino nelle condizioni di essere se stesso, quello autentico.
Dobbiamo avere la straordinaria capacità di guardare dentro al bambino e con una fiducia incondizionata sapere che se noi lo accogliamo, prima o poi quel bambino autentico emergerà. E non sarà più un bambino “difficile”.
Ma per fare questo dobbiamo prima aver guardato dentro noi stessi e aver preso consapevolezza del perché reagiamo in un modo piuttosto che in un altro.

Dobbiamo imparare a domare il nostro “subconscio” e fare i conti anche con la memoria cellulare e con l’istinto, che molto spesso è proprio quello che bisognerebbe ascoltare di più.

Maria Pia Sala

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© I contenuti presenti nel sito e negli articoli (immagini e testi) sono di Maria Pia Sala. Mi fa piacere se desideri divulgare o condividere le mie parole e ti ringrazio, ma ti chiedo di citare sempre la fonte per rispetto a me e al mio lavoro.

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